Tre uomini in barca (per tacer del cane): un libro per combattere l’ipocondria

Tre uomini in barca (per tacer del cane): un libro per combattere l’ipocondria

Tre uomini in barca (per tacer del cane)  è un romanzo umoristico avventuroso di Jerome K. Jerome del 1889.

Il romanzo nacque quasi per un malinteso, visto che l’autore, originariamente, aveva redatto un’opera ricca di notizie storico-letterarie utili per una guida turistica  che doveva intitolarsi La storia del Tamigi. L’editore della rivista sulla quale venne pubblicato il racconto pretese di tagliare in gran parte le digressioni storico culturali e questo fatto sancì l’enorme successo con il quale venne accolto il libro snellito ma pieno di gag umoristiche.

La trama. Risalendo la corrente del Tamigi,  i tre amici Jerome (voce narrante), Harris e George, assieme al cane Montmorency, viaggiano per giorni sulla loro imbarcazione, sfilando lungo le campagne inglesi e vivendo inattese avventure che strappano risate di continuo. Il viaggio è costellato da una serie di gag comiche sulle gioie e i dolori della vita in barca, unite a divertenti divagazioni che costituiscono storie a sé stanti, nel miglior stile dello humour inglese: celeberrimo è il racconto dello zio Podger alle prese con un quadro da appendere. Il tutto condito da descrizioni realistiche delle regioni attraversate dai tre amici e brevi notazioni di filosofia per non addetti ai lavori.

Ma Tre uomini in barca è anche  la storia di un ipocondriaco: Jerome, il protagonista,  è convinto di soffrire di una quantità di malattie, di cui avverte distintamente tutti i sintomi dopo averne letto le descrizioni  nelle voci di un’enciclopedia medica. J. è assolutamente certo di essere vittima di tutti i malanni elencati nel volume, con la sola, realistica eccezione del ginocchio della lavandaia. Arrivati alla fine del primo capitolo, è impossibile non cominciare a sorridere delle proprie paure e del terrore in genere delle malattie.

Un estratto. “Ricordo d’esser andato un giorno al British Museum a leggere il trattamento di un piccolo malanno del quale avevo qualche leggero attacco – credo che fosse la febbre del fieno. Mi feci dare il libro, e lessi tutto quello che dovevo leggere; e poi, in un momento d’oblio, voltai oziosamente le pagine e cominciai a studiare indolentemente le malattie in generale. Non ricordo più il primo morbo nel quale m’immersi – so che era un pauroso flagello devastatore – e prima che avessi dato un’occhiata a una metà della lista dei «sintomi premonitori», ero già bell’e convinto di esserne affetto. Rimasi per un po’ agghiacciato d’orrore; e poi, nell’incuranza della disperazione, mi misi a voltare le altre pagine. Arrivai al tifo – ne lessi i sintomi – scopersi d’averlo (dovevo averlo da mesi senza saperlo) – mi domandai che altro avessi; incontrai il ballo di San Vito– trovai, come m’aspettavo, d’avere anche quello, – cominciai a interessarmi al mio caso, e risoluto d’andare fino in fondo, cominciai per ordine alfabetico – lessi della malaria e appresi che ne ero affetto e che la fase acuta sarebbe cominciata fra una quindicina di giorni circa. Mi consolai trovando che l’albuminuria l’avevo soltanto in forma attenuata, e che quindi, per quel che mi riguardava, sarei potuto vivere ancora anni e anni. Avevo il colera con gravi complicazioni; e sembra che con la difterite ci fossi nato. Percorsi faticosamente e coscienziosamente tutte quante le lettere dell’alfabeto, e potei concludere che l’unica malattia che non avessi era il ginocchio della lavandaia. A questo sulle prime mi sentii un po’ offeso; mi sembrava che la cosa implicasse una specie di dispregio .Perché non avevo il ginocchio della lavandaia? Perché questa oltraggiosa distinzione? Dopo un poco, però, prevalsero dei sentimenti meno esclusivi. Pensai che avevo tutte le malattie note in farmacologia, e divenni meno egoista, e risolsi di fare a meno del ginocchio della lavandaia. Pareva che la gotta, nella sua fase più maligna, mi avesse invaso senza che me ne fossi accorto. Mi misi a riflettere. Pensai che cosa interessante dovessi essere dal punto di vista medico, e che fortuna sarei stato per tutta la facoltà. Se gli studenti avessero potuto studiarmi, non avrebbero avuto bisogno di frequentare gli ospedali. Ero io tutto un ospedale. Non avrebbero dovuto far altro che girarmi un po’ intorno e, dopo, farsi dare la laurea. Allora mi domandai quanto avessi ancora da vivere. Provai a visitarmi. Mi tastai il polso. In principio non mi riuscì di percepirlo. Poi, a un tratto, mi sembrò di avvertirlo. Cavai l’orologio e contai: calcolai centoquarantasette pulsazioni al minuto. Tentai di sentir quelle del cuore: non ci riuscii. Il cuore non batteva più.  Mi palpai tutta la fronte, e dalla vita alla testa, e vagai un po’ da un fianco all’altro, e un pochino su per la schiena. Ma non mi riuscì di sentire e udire nulla. Tentai di guardarmi la lingua. La cacciai fuori finché mi fu possibile, e chiusi un occhio, cercando di esaminarla con l’altro. Ne potei vedere solo la punta, e l’unico vantaggio che n’ebbi fu di sentirmi più che certo d’aver la scarlattina. Ero entrato in quella sala di lettura felice e pieno di salute, e ne uscivo come un miserabile cencio.”

Meraviglioso esempio di humour inglese, il libro merita sicuramente un posto nella biblioteca di casa, nel reparto “libri che curano l’animo”.

Caterina Carloni

Tre uomini in barca (per tacer del cane) di Jerome K. Jerome

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