UNA FESTA DI CORDIALITÀ*

UNA FESTA DI CORDIALITÀ*

Sono diventate un fenomeno preoccupante le immagini e le notizie che ritornano e si sovrappongono per mostrare abusi e violenze perpetrati da assistenti, infermieri ed educatori ai danni dei più indifesi: bambini, anziani, malati.

Ci si chiede come porre rimedio a situazioni gravi di cui non si comprendono le cause, perché è indubbio che queste possano essere debellate senza risalire all’origine che le hanno generate.

La mano che ferisce e che invece dovrebbe sostenere ha dimenticato il valore del suo essere strumento di aiuto e di cura e si è addestrata alla lotta immotivata. Degli artefici di simili gesti folli e violenti, la cronaca non ci informa abbastanza e forse non servirebbe a niente sapere più di tanto, visto che la realtà esteriore è poco rivelatrice dell’essere complesso e molteplice che ognuno è.

Certo è che la persona (educatore, infermiere, assistente) che dovrebbe svolgere un mestiere scelto per vocazione, o quanto meno verso il quale avere un minimo di attitudine, dimostra tante e tali insofferenza e indifferenza da arrivare a fare del male. In quale oscuro sentiero ha perduto la sua anima? Quale droga ha addormentato i suoi sensi? Quali false speranze hanno disegnato una vita disillusa? Quali ambizioni smisurate hanno giudicato con disprezzo l’attenzione da dedicare ai bisognosi? Ma anche: quanto poco è stata preparata? E la nostra società confusa, quale suggestiva idea di facile realizzazione mondana ed obbligata felicità imprime nel subconscio dei cittadini le cui vite, le cui professioni e la cui ordinaria quotidianità non riescono a trasformarsi nei brillanti modelli che vengono mostrati e a cui aderire, per diritto e per dovere, modelli di gente di successo, bella, ricca e famosa? 

Approfondendo le storie dei maltrattamenti, la macchia delle inadempienze si allarga per inglobare anche altri soggetti … I mostri non diventano certo meno mostri e le più varie considerazioni non arrivano a giustificare i fatti, ma lo studio e la riflessione possono indicare un percorso di auto-responsabilizzazione che suggerisca come intervenire per riportare le scuole, le case di cura e gli ospedali ad essere luoghi dove stare sereni, come dovrebbe naturalmente essere. E forse sarebbe meno difficile di quel che si potrebbe pensare. Basterebbe tornare o imparare a guardare l’altro – a prescindere dall’età e dalla capacità di comprendere – come un individuo con un cuore, con dei pensieri, un carattere tutto suo, con il quale relazionarsi in tanti modi diversi e possibili.

Nel suo libro Archivi del Nord, che narra la storia delle origini paterne, Marguerite Yourcenar delinea con poche pennellate alcuni toni esaustivi del carattere della nonna, che ben raffigurano il senso di estraneità al prossimo.

«Nessuno si è azzardato a dire a Noemi che ogni ricchezza non spartita con gli altri è una forma di abuso, e ogni possesso superfluo un ingombro inutile … 

Non sa che ogni incontro con un essere umano, anche con lo spazzino che si ferma davanti al cancello di rue Marois 26, dovrebbe essere una festa di cordialità, se non di fraternità»

Noemi non sa. Nessuno glielo ha detto. E anche lei, non ci è arrivata di suo … Non ancora …

Ecco forse la cosa che manca è l’educazione all’incontro, la preparazione alla relazione e non solo negli ambienti di lavoro.

I rapporti sociali sono regolati da convenienze, regole e leggi, quelli familiari e amicali da affetti e bisogni, e tutti sono trattati in modo inconsapevole, affidati al caso, al momento, all’utilità. Si approfondiscono e acquisiscono importanza e valore quando l’amore li risveglia e li modifica, ma ritornano superficiali ed effimeri se l’indifferenza riprende il sopravvento. Rimane allora solo un’alternanza squilibrata mossa dall’impulsività, dall’emotività e dall’utilizzo, fino a quando finalmente la coscienza di Noemi non inizia a percepire quale festa potrebbe essere l’incontro, ed anche – cosa ancora più importante per lei – la sua vita, se si aprisse alla cordialità (cordiale dal latino cor, coris CUORE) ovvero, se aprisse il suo cuore! 

Può accadere che al disporsi all’incontro con l’altro, si faccia strada la nuova percezione che questi non sia così estraneo e che anzi potrebbero rivelarsi affinità impreviste, tali da renderlo un qualcuno con cui sia piacevole stare e per il quale sia facile porgere la mano … Un qualcuno, un amico tanto caro quanto un fratello …

Una festa di cordialità, se non di fraternità

Il passaggio dalla convivenza civile e dall’amicizia ad un sentimento di fratellanza potrebbe sembrare arduo, un passo forse eccessivo e ascrivibile a gruppi di individui uniti da obbiettivi comuni, se l’accezione di fratellanza non contenesse in sé la totale libertà di ogni individuo all’interno della comunità, e anzi la difesa stessa del diritto all’autonomia del singolo.

La fratellanza – secondo il pensiero del Maestro Omraam Mikhaēl Aïvanhov –  è uno stato di coscienza superiore che eleva l’essere umano e lo risveglia alla sua vera identità.

«… Perché gli permette di vedere nel simile, oltre il difetto, la qualità … Si può studiare la natura umana sia nel sue più basse che nelle sue più alte manifestazioni. Fino a quando si studia l’uomo nelle sue manifestazioni più basse si può giustificare l’affermazione che egli sia una bestia selvaggia; ma se si va oltre, si scopre che in lui c’è una divinità.          

La questione allora è come portare questa divinità ignota

e  misteriosa alla luce. Ecco perché la scienza iniziatica è così necessaria»**

Dietro ad ogni abuso e ad ogni violenza c’è soprattutto una grande ignoranza che non deve continuare ad esistere.

La verità sull’essere umano riguarda tutti, ed è arrivato il tempo di orientare ogni energia in questa direzione.

Elisabetta Mastrocola

Archivi del Nord di M. Yourcenar

La filosofia dell’universalità di M. Aivanhov

cateca

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