CRONACA D’ESTATE

CRONACA D’ESTATE

Si spegnevano le voci nella notte a mano a mano che gli occhi si chiudevano al sonno.

Rimanevano a vibrare solo i tavolini di vetro, producendo un suono di campanacci di mucche in alpeggio. I viaggiatori più lesti a salire le scale della nave dai garage zeppi di macchine, dalle quali si usciva a malapena, avevano occupato tutti i divani del passaggio ponte, sui quali si erano completamente distesi. Altri si erano accaparrati  posti  sul pavimento per  riposare sopra materassi gonfiabili, teloni allungati e in sacchi a pelo, accanto  ai loro cani fedeli.

I traghetti continuavano a viaggiare senza sosta avanti e indietro per le loro rotte, come del resto gli aerei, e le autostrade erano intasate da bollino nero: si toccavano punte di trenta milioni di vacanzieri, ripetevano i notiziari televisivi. In fondo la gente scappava, non soltanto dalla canicola che soffocava le città, ma anche dai quotidiani problemi di crisi, di lavoro e di perdita del lavoro.  

I problemi della crisi erano facilmente leggibili  sui volti dei negozianti  di turno, che penavano ad aspettare qualche mosca bianca di cliente e, in modo  palese, sugli avvisi di serrande abbassate per cessazione di attività.

In compenso- ahimè relativo- si potevano percorrere, al riparo dell’ombra dei palazzi e degli alberi, vie   quasi del tutto sgombre di traffico e provare  strane e piacevoli sensazioni di agiatezza.

Nelle aule del parlamento c’era l’aria condizionata, ma si respirava un clima arroventato, più che fuori, per la contesa delle poltrone fra opposti partiti, in una bagarre di insulti e artefatte  promesse  da lasciar presagire pochi scampoli di future speranze. Maggiori preoccupazioni, tuttavia, destava l’accanimento del gigantesco braccio di ferro tra gli Stati Uniti e la Cina sull’applicazione dei dazi ai loro prodotti, tanto che il libero scambio internazionale e le borse di mercato traballavano paurosamente.

Non scherzavano, altresì, i piromani mandati ad appiccare enormi roghi alla foresta amazzonica, già mutilata da mille e mille seghe elettriche, per la conquista da far west di terreni da sfruttare per avide finalità, in beffa agli indigeni e agli animali nel loro habitat naturale.

Si continua con ferocia a dilaniare il mondo, sbranandolo a pezzi e provocando danni irreversibili all’ecosistema, soprattutto per i cambiamenti climatici che ne derivano. Che non sono da poco conto, se pensiamo allo scioglimento dei ghiacciai in Groenlandia, come nelle nostre Alpi, ad esempio sopra Courmayeur, o in altre innumerevoli e ben note zone del nostro pianeta.

Intanto alcuni  villeggianti facevano sfoggio di benessere economico con barche e auto lussuose, magari da pagare a rate; altri si davano da fare per spendere gli ultimi spiccioli del salvadanaio pur di sottrarli alle tasse, almeno per l’estate.

Solo “ Margherita”- la canzone di Cocciante- da tempo nel cuore degli Italiani, nessuno la potrà mai tassare. Ma, per caso, non ci resterà che cantarla?

Leonardo Facchini

cateca

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