L’HUMUS DELLA SPONTANEITA’ (parte V) Umorismo e tolleranza

L’HUMUS DELLA SPONTANEITA’  (parte V) Umorismo e tolleranza

Il sense of humour è strettamente legato a molte virtù umane indispensabili alla convivenza.

L’apertura mentale, per esempio, veicolata dall’umorismo rende disponibili gli esseri umani alle novità e dunque più adattabili ai cambiamenti o ad accettare diversità e difetti altrui. Allo stesso modo, l’atteggiamento giocoso promuove la creatività, perché con spirito si affrontano meglio ansie e paure che altrimenti ci terrebbero ancorati ai percorsi noti. E ancora: la capacità di percepire le incongruenze o vedere oltre le apparenze, tipica dell’umorismo, sviluppa il pensiero critico nei confronti delle regole precostituite, la società, il governo. Utile non solo per la democrazia ma anche nella vita quotidiana. La libertà di potersi esprimere, per esempio, in ambito lavorativo, fa circolare meglio le capacità individuali e le energie.

La critica espressa con arguzia e cortesia, inoltre, è un sistema formidabile in molti ambiti per trovare soluzioni pacifiche a qualsiasi discrepanza, perché non è minacciosa. Anni fa, alcune scuole di guida di Los Angeles assunsero come istruttore un comico. Le sue lezioni ebbero ovviamente un enorme successo, probabilmente perché questo era l’unico modo per far sì che i condannati per gravi infrazioni al volante (“costretti” per sentenza del giudice a tornare a scuola), frequentassero di buon grado e senza ostilità le lezioni.

Le formidabili potenzialità dell’umorismo, del resto, vengono utilizzate dai comunicatori più abili in qualsiasi ambito. Anche quello religioso. Rodney Howard-Browne, per esempio, un predicatore della chiesa pentecostale di Toronto, tiene sermoni infarciti di gag e battute talmente gioiosi e divertenti da essere diventati famosi anche fuori dai confini canadesi. Secondo questo predi-mattatore, la risata avvicina a Dio.

“Ridere è un fenomeno sociale perché lo si fa insieme a qualcun altro; se siamo in gruppo ci abbandoniamo all’ilarità 30 volte di più di quando ci troviamo da soli, anche se veniamo esposti allo stesso stimolo”, ha affermato Robert Provine, docente di Psicologia all’università del Maryland, Usa, e autore di molti studi sulla risata (Focus n. 57 estate 2012). Egli sostiene che dal punto di vista della fatica fisica, cinque minuti di risate equivalgono a 45 minuti di jogging sostenuto.

Secondo Scott Kaufman, psicologo evoluzionista dell’Università di New York, in contesti sociali lavorativi, la risata può essere un segnale di sottomissione: le osservazioni nei luoghi di lavoro, infatti, mostrano che i capi ridono poco, ma fanno battute di fronte alle quali i subordinati non possono far altro che sganasciarsi, anche se non si stanno divertendo affatto.

Ma accanto alle risate finte scatenate da battute poco divertenti, esistono anche risate vere, che però scaturiscono dal nulla. Accade con la “ridarella”, un fenomeno che si autoalimenta e che può colpire anche intere comunità. La vicenda più nota si è verificata in Tanzania tra il 1962 e il 1964, quando un’epidemia di risa incontenibili paralizzò diverse scuole e villaggi. Le prime ad essere colpite furono le studentesse di un istituto femminile di Kashasha, sulle sponde del Lago Vittoria, che scoppiarono a ridere il 30 gennaio e smisero diversi giorni dopo, non senza aver prima contagiato altre compagne. A metà marzo, 95 delle 159 allieve erano in preda ad attacchi di riso e la scuola fu costretta a chiudere. Una volta a casa, però, le ragazze contagiarono i parenti  e i coetanei dei loro villaggi , costringendo altri istituti scolastici a sospendere le attività. L’unico modo per arginare l’epidemia che risultò efficace fu la quarantena, ma solo nel giugno del 1964 il contagio iniziò ad attenuarsi e lentamente la ridarella lasciò in pace gli abitanti della zona.

Caterina Carloni

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