SANTOSHA, la contentezza che viene da dentro

SANTOSHA, la contentezza che viene da dentro

Il senso di contentezza e di appagamento costituisce uno dei requisiti etici fondamentali della pratica yogica, e corrisponde alla più importante  prescrizione  contenuta nei Niyama, la seconda tappa dell’ashtanga yoga. Patanjali lo definisce santosha (M. Ferrini, La psicologia dello Yoga, CSB edizioni). Santosha consiste in un atteggiamento di imperturbabile soddisfazione, non influenzato da condizioni oggettive esterne, favorevoli o sfavorevoli.

Ciò è ribadito nella Bhagavad-gita:

“O figlio di Kunti, la comparsa non permanente della gioia e del dolore, e la loro scomparsa nel corso del tempo, sono simili all’alternarsi dell’inverno e dell’estate. Gioia e dolore sono dovuti alla percezione dei sensi, o discendente di Bharata, e si deve imparare a tollerarli senza esserne disturbati” (Bhagavad-gita II.14).

“Come l’oceano resta immutato nonostante le acque che vi si gettano, così soltanto l’uomo che non è turbato dal fluire incessante dei desideri che entrano in lui come fiumi, può ottenere la pace, non l’uomo che lotta per appagarli” (Bhagavad-gita II.70).

Una delle varianti più curiose dello yoga, chiamata “lo yoga della risata”, ideata dal medico indiano Madan Kataria e inizialmente praticata in un parco di Mumbai da pochissime persone, è diventata, a distanza di 20 anni, una tecnica molto diffusa in tutto il mondo che unisce la respirazione tipica della risata incondizionata, scatenata senza barzellette o battute, con l’ausilio di esercizi e giochi. Kataria sostiene che, se si combinano insieme il contatto visivo e la giocosità, si sviluppano sentimenti positivi e allegria. Lo yoga della risata conta oggi più di 6000 club in 60 paesi del mondo, anche in Italia.

Nel 1921 lo scrittore inglese Edward Forster si trovava alla corte del maharaja di Dewas, nell’India centrale. E lì, fra il 28 e il 29 agosto, assistette al Janmashtami, la grande festa che ogni estate si celebra in tutta l’India per salutare la nascita del divino Krishna, il Signore  Supremo sceso sulla terra sotto forma di salvifico fanciullo.

Compassato e timido com’era, Forster rimase sbalordito ma anche affascinato dal tripudio estatico, dalla sacro tumulto di canti, risa, danze, con cui una folla felice di bramini, notabili e semplici contadini accoglieva l’annuncio che Dio, in quanto Infinito Amore, si era manifestato sulla Terra per salvare il mondo. Così, una volta tornato in Inghilterra, sentì il bisogno di dedicare al Janmashtami un intero capitolo del suo famoso romanzo “Passaggio in India”:

“L’orologio batté la mezzanotte, e simultaneamente esplose il suono stridulo della buccina, seguito da un barrire di elefanti; tutti quelli che avevano pacchetti di polvere li scagliarono verso l’altare, e tra lo spolverio dorato e l’incenso, lo strepitio e le grida, l’Amore Infinito assunse la forma di SHRI KRISHNA, e salvò il mondo. Tutto il dolore fu eliminato, non per gli indiani soltanto, ma per gli stranieri, gli uccelli, le grotte, le ferrovie e le stelle; tutto divenne un gioire, un ridere; non erano mai esistiti né infermità né dubbio, incomprensione, crudeltà, paura. Alcuni saltavano in aria, altri si gettavano proni e abbracciavano i piedi nudi dell’universale amante…”.

In questo stesso capitolo, Forster aggiunge: “Questa Tradizione ha raggiunto ciò che il Cristianesimo ha schivato: l’inclusione del divertimento. Tutto lo spirito e tutta la materia devono prendere parte alla salvezza, e se gli scherzi sono eliminati, il circolo è incompleto”.

Il sankirtana, cioè il canto collettivo dei santi nomi nelle vie delle città e nelle strade affollate, rappresenta una delle manifestazioni più gioiose del movimento del Bhakti Yoga. Come dice il grande Maestro bengalese Sri Caitanya: “Il movimento sankirtana ci fa gustare pienamente il nettare che stiamo cercando da sempre”.

Recentemente, la diffusione del movimento del sankirtana nella metropolitana di Parigi ha dato vita ad un nuovo tipo di Yoga, definito scherzosamente dai suoi ideatori,  il Metroyoga.

Appena il treno si avvicina alla banchina, un gruppo di persone sorridenti entra nel vagone  con alcuni strumenti musicali  e un cestino pieno di biscotti prasadam (cibo precedentemente offerto alle Divinità) e si presenta così: “Signore e signori, attenzione, prego! E’ completamente gratis! E’ probabile che oggi non abbiate ancora fatto la vostra seduta di yoga, ma non temete, perché la squadra del metroyoga è qui! Noi rappresentiamo l’ultimo grido sulla scena dello yoga. Qui non c’è bisogno di fare degli allungamenti e mantenere le posizioni; siamo esperti nel canto di mantra mistici fatto con amore. Le nostre preghiere hanno il potere di riequilibrare completamente la situazione economica di tutta la zona dell’euro! Questo canto connette l’anima con Dio e – credetelo  o no – riesce perfino a far sorridere degli esseri umani in metropolitana!” (“Ritorno a Krishna”, ottobre 2012). Subito dopo, il gruppo inizia ad intonare il Mahamantra: hare krishna hare krishna krishna krishna hare hare hare rama hare rama rama rama hare hare, trascinando i presenti in una festa che rende diverso e speciale il loro tragitto in metro.

Questa modalità divertente di diffondere il Bhakti Yoga sta avendo grande successo; essa favorisce un approccio interpersonale semplice, originale e coinvolgente, suscitando curiosità e sorrisi.

Sarvabhauma Bhattacarya descrive Shri Caitanya, il fondatore del movimento per la Coscienza di Krishna che cinquecento anni fa introdusse il canto dei santi nomi, come nava-hasya-karam, Colui che “fa sempre nuovi scherzi per suscitare ilarità”.

Nella Tradizione Indovedica  abbondano le immagini di Divinità sorridenti e di Devoti impegnati in canti e balli.

Nella quarta parte del Bhakti-rasamrta-sindhu, Shrila Rupa Gosvami descrive sette tipi di estasi indiretta del servizio di devozione, mettendo al primo posto il riso.

“Saggi ed esperti eruditi insegnano che il riso si trova generalmente nei giovani, o quando anziani e bambini s’incontrano. Una volta un amico di Krishna Gli disse: ‘Mio caro Krishna, apri la bocca, che Ti voglio dare un delizioso dolce allo Yogurt’. Krishna aprì subito la bocca, ma invece di darGli il dolce, l’amico vi fece cadere un fiore. Al contatto col fiore Krishna fece una smorfia e tutti quelli che assistevano alla scena si misero a ridere fragorosamente” (Sua Divina Grazia A.C, Bhaktivedanta Swami Prabhupada, “Il nettare della devozione”, capitolo 45).

Secondo Srila Rupa Gosvami, il riso accompagnato da amore estatico si manifesta in sei modi che corrispondono alle diverse intensità dei sorrisi, che la lingua sanscrita definisce smita, hasita, vihasita, avahasita, apahasita e atihasita. Quest’ultimo, indica il riso incontenibile, accompagnato dai salti di gioia e al battito delle mani.

Innumerevoli sono le storie narrate nel X° canto dello Shrimad Bhagavatam, ispirate ai giochi e alle avventure di Krishna che Lo descrivono incline alla burla (“Krishna ruba i vestiti delle gopi non sposate”, canto X.22), felice di partecipare ai pic nic con i suoi amici pastorelli (“Krishna e i suoi amici si ritrovano per il pic nic”, canto X.14), amante della musica (“Il flauto di Krishna gusta il nettare delle Sue labbra”, canto X.21) e costantemente ispiratore di dolci sentimenti (“La bellezza di Krishna e il Suo carattere sono una festa per tutte le donne”, canto X.21).

L’humor, in definitiva, ci permette di vivere meglio, sia con gli altri che con noi stessi.

Tutti i grandi Maestri conoscono bene l’importanza dell’umorismo e della leggerezza nelle comunicazioni interpersonali.

Come afferma il prof. Marco Ferrini, presidente e fondatore del Centro Studi Bhaktivedanta: 

“La frequentazione di più e differenti punti di vista, ci permette di avere una visione del mondo anche sorprendentemente diversa da quella che si pensava d’aver sempre avuto” (da Come progettare e realizzare i nostri sogni, edizioni CSB, 2006), e ciò favorisce inoltre la condivisione, la tolleranza e la trasformazione evolutiva della nostra coscienza.

Caterina Carloni

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